“Passengers” di Morten Tyldum

Pubblicato: 3 gennaio 2017 da siegfriedkracauer in Azione, Fantascienza

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In un periodo in cui nella fantascienza si parla solo di Rogue One, ha senso dare spazio a un film, che potrebbe sfuggire ad alcuni, e che invece meriterebbe una visione, non per forza al cinema. I due grandi attori del momento, Chris Pratt e Jennifer Lawrence, con un piccolo supporto di Lawrence Fishburne, sono stati confinanti su un’isola deserta nello spazio da cui non è possibile fuggire. Quel che c’è di positivo nel film è il contrasto tra ciò che ci potremmo aspettare, un film d’azione, e ciò che invece si rivela, un film sull’uomo in condizioni estreme. Per quanto leggero, intriso di facile umorismo, idealista e romantico, questo lungometraggio risulta godibile, appassionante e una gioia per lo sguardo. Non solo per la bellezza mozzafiato e la bravura della Lawrence, ma anche per la capacità visionaria, per la volontà di dare vita a belle immagini, belle scenografie, affascinanti contesti, stanze e macchinari. La dimostrazione che anche se si fa un film senza pretese c’è modo e modo di realizzarlo. Probabilmente il punto più debole del film è quello di sfuggire al realismo e di non insistere sul disagio psicologico dei personaggi, costretti a vivere in un chilometro di acciaio nonostante tutti i contrasti e le problematiche. Nel momento in cui il film avrebbe potuto essere tetro e disturbante, il regista lo trasforma nel film d’azione che tutti ci aspettavamo. Divertente ma un peccato per quello che avrebbe potuto essere. Consigliato per un pubblico di tutti i gusti, anche per i non appassionati di fantascienza. Aria fresca in un inizio secolo in cui la fantascienza sembra essere sinonimo di film scadente.

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Jurassic World

2015, USA, regia di Colin Trevorrow, sceneggiatura di Colin Trevorrow e Derek Connolly, produttore esecutivo Steven Spielberg, 124 min.

E dopo tanto tempo, i lucertoloni giganti sono tornati. Sono mutati, sono arrabbiati e sono sfruttati.

Trama: Jurassic World è il parco a tema dinosauresco per eccellenza dove, in piena sicurezza, potete visitare e interagire con dei veri dinosauri riportati in vit(ro)a grazie alla moderna ingegneria genetica. Grazie ai passi da gigante fatti dalla prima apertura del parco, finalmente potete assistere ad attrazioni sicure e spettacolari, show e avventure per tutte le famiglie. Peccato che ormai i ragazzi sono cambiati da quelli di 30 anni fa, e i dinosauri iniziano ad annoiare (è mai possiblie?), quindi quale trovata migliore che creare un mostro geneticamente modificato con le specie di sauro più pericolose e numerosi altri animaletti con caratterisctiche fastidiose? Quel muro sarà abbastanza alto per trattenere questa bomba genetica pronta a esplodere?

Un ritorno alle origini: di questo si tratta, tanto che mentre scrivo il tema musicale immortale composto da John Williams nel 1993 mi scorre piacevolmente nelle orecchie. Diciamolo apertamente che dopo la colossale caduta di stile del terzo episodio (trauma incredibile, la separazione tra Alan Grant e Ellie Sattler) finalmente abbiamo un prodotto degno. Certo, sarebbe stato difficile, quasi impossibile fare di peggio, ma sono rimasto piacevolmente colpito dalla qualità di questo episodio, a cui personalmente non avrei dato una cippa lippa.

Ma andiamo per gradi.

Fan service come se piovesse. Grazie alle numerossisime citazioni, e alla presenza di qualche vecchia conoscenza, lo spettatore affezionato viene giustamente ripagato di tutto l’amore che prova per la serie. Questa è una giustissima e furba dimostrazione di quello che dovrebbe essere un sequel, senza stravolgere grossolanamente tutto l’universo precedentemente creato. La narrazione infatti sposa pienamente il primo episodio, donando l’impressione che il tempo sia trascorso, ma il passato non è così lontando. Il film quindi rimane coerente. Il regista ha dimostrato, oltre a essere intelligente (da questo punto di vista) di avere anche una passione lui stesso per la saga e non è sempre così scontato che chi lavora su di un sequel sia attratto dai precedenti episodi. Questo è secondo me, il vero punto di forza, il punto cardine su cui tutto viene retto. Tuttavia, ci sono anche altri aspetti positivi, naturalmente, tra cui delle ottime scene a impatto emotivo, spettacolari anche visivamente, e ho trovato personalmente molto giusta l’attenzione che è stata data alla genetica, spiegando (non è un vero SPOILER) come per rattoppare i buchi genetici, nella creazioni dei lucertoloni, gli scenziati abbiano usato parti di DNA provenienti da diverse specie animali, giustificando così come alcuni dinosauri abbiano un aspetto più accattivante per il pubblico o comportamenti effettivamente differenti da un normale rettile. Piacevole anche l’attenzione del protagonista Owen Grady (Chris Pratt), per l’aspetto sociale e relazionale delle bestie. Tralasciamo l’utilizzo del cliker per addestrare i velociraptor. Belle anche alcune battute, scritte per strappare un sorriso, efficai ed efficenti.

Inoltre vorrei dare un piccolo spazio all’intro, i primi secondi del film mi sono piaciuti veramente tanto, secondo me i migliori tra le ultime produzioni.

Veniamo al lato oscuro del parco, ovvero quello che non mi è piaciuto. L’influenza ‘mericana, quella che potrebbe trasformare qualsiasi opera in una commedia per famiglie, purtroppo si fa sentire in più punti, lasciando lacune a livello di trama e momenti wtf. A partire dalla protagonista femminle  Claire Dearing (Bryce Dallas Howard) che va sui tacchi a spillo meglio di un carrarmato, ci sono dei comportamenti dei dinosauri sul finale che rovinano parte di tutto il lavoro svolto. Fosse stato meno “commerciale” e più “puro” come spettacolo il livello sarebbe stato molto più alto. Sempre per il medesimo motivo manca quella nota splatter, presente anche nei capitoli precedenti. Un arto staccato poteva benissimo essere presente, d’altronde parliamo di lucertoloni carnivori pesanti quanto un autocarro con più denti che ossa. L’ultima grande mancanza – e qui occhio che faccio un vero SPOILER– è una vera invasioni di dinosauri all’interno del parco: viene dato un “contentino con l’attacco dei pterodattili, ma veramente il film bramava la liberazione tra la folla del T-Rex o dei Raptor. Una vera occasione sprecata, come una carbonara fatta solo con l’uovo.

In conclusione: un bel film, un vero spettacolo per gli occhi e divertente al punto giusto da poter essere degno della saga. Purtroppo qualche occasione è andata sprecata, e il suo pregio di essere un viaggio nei ricordi tra citazioni e rimandi al primo capitolo, fa in modo che una volta giunti i titoli di coda esaurisce tutto il suo potenziale. Da vedere? Se vi piacciono i Jurassic Park secondo me si, da rivedere? Non credo.

Chris Pratt mostra ai pazienti dell'ospedale piedratico la sua tecnica per controllare i Raptor

Chris Pratt mostra ai pazienti dell’ospedale piedratico la sua tecnica per controllare i Raptor

It Follows – 2014

Pubblicato: 18 giugno 2015 da la Canificazione in horror
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It Follows – 2014, di David Robert Mitchell, 107 min, USA

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Jay (Maika Monroe), giovane bondina appena maggiorenne, amante delle piscine e del dolce far niente, dopo un rapporto sessuale con lo strambo Hugh (Jake Weary), viene “maledetta”. Insieme al suo gruppo di amici cercherà di liberarsi di questo fastidioso problema.

Lo stalking ai tempi del sabato sera: andare a letto (o in auto in questo caso) con un ragazzo semisconosciuto, può causare problemi veramente gravi. Ci troviamo di fronte a un Horror atipico, dal fascino quasi ipnotico dato dalla sua peculiarità. L’idea di base è estremamente semplice: un entità estremamente minacciosa, perseguita (letteralmente seguendo), il malcapitato di turno, mostrandosi come semplici sconosciuti, parenti e amici o grottesche figure che lentamente, ma inesorabilmente camminano verso il maledetto. Colui che viene infine toccato dalla presenza subirà una sorte orrenda. La maledizione venerea non conosce fine e l’unico modo per liberarsene è passandola ad altri (ovviamente andandoci a fare zozzerie). Semplice, diretto, immediato, ma terrorizante come un incubo dal quale non si riesce a svegliarsi.

Il regista abbandona completamente i fronzoli, riducendo tutto all’osso e all’essenziale, puntando interamente sull’intrigante atmosfera retrò e sul gioco della caraterizzazione dei protagonisti. Ogni personaggio è incorniciato nel perfetto stereotipo: la nerd, l’amico d’infanzia friendzonato, il teppistello, la miglior amica audace e la protagonista biondina. Tutto è talmente incastonato nel contesto da non risultare stopposo, ma l’opposto. L’ambiente, quest’epoca impiartricciata tra i primi anni ’80 e la contemporanea, rapisce e convince, ricordando un racconto spaventoso, o una favola horror, detta fra ragazzi in spiaggia davanti a un fuoco.

Il film mostra il fianco solo sulla stupidità di alcuni dei protagonisti e sui tempi, che inizialmente sono particolarmente lenti. Per fortuna intorno alla seconda metà della pellicola vengono in soccorso alcuni eventi, che rattoppano queste fughe di entusiasmo.

Un plauso finale va alla veramente ben fatta colonna sonora, che contribuisce enormemente all’atmosfera generale, ricordandomi in parte le OST dei grandi classici dello spavento.

In conclusione, un bel film, originale, particolare e con dei momenti veramente intensi. Come scritto e ripetuto sopra, si regge grazie a un lavoro eccellente sull’atmosfera generale, dimostrando che basta un idea semplice e la capacità di svilupparla secondo la propria idea per creare un bel lavoro. Non lo consiglio a tutti, chi è abituato a un certo tipo di horror, più movimentati, d’azione, o più spaventosi, ne rimarrà poco convinto. Chi invece desidera una ventata di aria fresca (o vintage) non potrà che apprezzare quest’opera.

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JupiterIl destino dell’universo è un film di fantascienza del 2015. Era da tempo che non mi capitava di vedere un film così brutto al cinema. Probabilmente dai tempi di Jumper. Lo sono andato a vedere solo perché era dei fratelli Wachowsky, i creatori di Matrix e V per Vendetta. Il loro recente Cloud Atlas faceva sperare bene e invece sono rimasto proprio deluso.

La delusione brucia ancora di più perché alcune cose del film sono interessanti. La trama per certi aspetti ricorda il classico romanzo di fantascienza Dune di Frank Herbert, forse i distributori italiani hanno attribuito a Jupiter il medesimo sottotitolo della miniserie televisiva tratta dal romanzo di Herbert. Si riscontra nel film anche una ripresa di alcune idee di uno degli episodi fantascientifici di Cloud Atlas, i temi del dominio dei pochi e della ribellione idealistica sono invece delle costanti del cinema dei Wachowsky.

In Jupiter l’universo è in mano ad una potente famiglia il cui scopo è controllare la risorsa più preziosa del cosmo ma faide minacciano la sicurezza e lo status quo. Gli ingredienti ci sono tutti: mercenari geneticamente modificati, cacciatori di taglie, una sorta di impero galattico, esercito e polizia spaziali, armi e veicoli avveniristici, l’elisir della vita eterna, il mito della reincarnazione. Quel che rovina ogni cosa sono proprio i fratelli Wachowsky, che, probabilmente costretti a seguire le leggi del mercato o completamente accecati dal delirio di onnipotenza, mettono su uno spettacolo imbarazzante. Dialoghi ridicoli, personaggi banali e stereotipati, attori diretti male, battute che non fanno ridere, gag che strappano risate di scherno, colpi di scena più che prevedibili, scene d’azione lunghissime e inutili, effetti speciali onnipresenti e gratuiti, poche idee bruciate tutte all’inizio e ripetute fino alla nausea e trovate non proprio illuminate. I registi, nonché sceneggiatori (e alla fine se ne vantano pure!), hanno preso la trama più scontata che si poteva concepire e l’hanno resa ancora più piatta, dimostrando che i seguiti di Matrix a confronto possono considerarsi dei bei film. Perfino il loro film per bambini Speed Racer a confronto è appassionante e divertente.

Tutto quello che c’è in questo film in sostanza si rivela spazzatura fantascientifica, confermando l’andamento che ormai il mercato cinematografico di genere ha assunto da parecchi anni: fare film per adolescenti sperando che una storiella tra ragazzini arrapati sia sufficiente a sostenere un buon prodotto commerciale. Questo rifiuto di film va buttato nel cestino ed espulso prima di entrare nell’iperspazio, lasciandolo vagare assieme a tutta l’altra robaccia, più o meno recente. Non mi fiderò mai più dei fratelli Wachowsky e non andrò mai più a vedere un loro film al cinema.

Alla fine si può aggiungere che il titolo originale del film è Jupiter Ascending, Giove in Ascendente o Ascendente in Giove, come preferite. Questo perché la protagonista è nata con questa caratteristica zodiacale che l’avrebbe destinata a grandi cose. E io che pensavo che c’entrasse in qualche modo il pianeta Giove, che è presente nel film ma penso che tutti i gioviani protesteranno per essere stati coinvolti. In sostanza tra tutti i rifiuti del film c’è perfino quella cavolata dello zodiaco. Ulteriore nota di demerito.

Dracula Untold – 2014

Pubblicato: 14 febbraio 2015 da la Canificazione in Azione, Drammatico, Fantasy
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2014, regia Gary Shore (non credo sia parentato con Jersey), sceneggiatura Matt Sazama, Burk Sharpless, USA, 92min

Trama. Gli albori del nostro amato amico dai lunghi canini. Il film in teoria dovrebbe parlare della sua trasformazione, la sua “infanzia”, ciò che l’ha portato a divenire quel Draculetto amante dei succhiotti che tutti conosciamo.

50 sfumature di Dracula. Oooooh recensione sanvalentiniana. Per dimostrare che a me di questa festività frega poco, scriverò di un film che non c’entra una pippola.

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due gocce d’acqua… anzi di sangue

Ci troviamo davanti all’ennesima trasfigurazione del vampiro più famoso del mondo. Ormai questo personaggio è stato girato, rigirato, fritto, cotto e bollito in ogni modo, ma è talmente carico di fascino che continuano a sfruttarlo. E neanche io sono capace di resistere, tant’è che mi sono puppato quest’ennesima americanata vampirica. Facile da comprendere il motivo di tale strumentalizzazione. Dracula è mistico, oscuro e malvagio, ma allo stesso tempo misterioso, ammaliante e proibito. Probabilmente è il mostro più famoso della letteratura e (ricordando una prefazione che lessi tempo fa su un edizione del romanzo di Bram Stoker) l’unico essere fantastico che è diventato una patologia psicologica della personalità. I “matti” di solito si credono persone storiche come Napoleone e Garibaldi, eccetto per Dracula. Non è difficile allora comprendere perchè ancora fanno film, fumetti, giochi e parole crociate su tale personaggio. A volte il risultato è ottimo, alcune volte pessimo e altre… grigio. Il caso di Dracula untold è l’ultimo. Un filmetto di scarse emozioni, fatto prevalentemente di effettistica e azione, che sfrutta interamente il carisma del protagonista per proporre scene di battaglie epiche, anche se non violente e quasi completamente girate in CG. Untold cerca anche di dare qualcosa di diffirente, un lodevole impegno, cedendo nel becero sentimentalismo americano mostrando un Dracula senimentalone, buonista, ma determinato e quindi disposto a tutto per proteggere la sua famiglia. Il più classico degli archetipi americani. Nel tentare di essere originale il film diventa banale, accapparrandosi i più scontati clichè.

Non è però così pessimo. Mi è piaciuto il vampiro originale (davvero malvagio e tentatore) anche se poco considerato e lasciato da parte per un probabile sequel in cui verrà irremidiabilmente rovinato, e alcune scene sono veramente carine, in particolare un combattimento girato interamente sul riflesso di una spada conficcatta in un turco.

Insomma, un filmino, meno peggio di quello che mi aspettavo, con un Luke Evans un po’ troppo somigliante a Orlando Bloom, e un po’ troppo privo di “mordente” per essere Dracula. Niente di nuovo sotto il sole, ma neanche eccessivamente scarso, un film che verrà probabilmente dimenticato molto presto. Peccato perchè bastava veramente poco di più per renderlo migliore, le premesse tutto considerato c’erano.

ecco Dracula in Pirati deii.. .ehm no Dracula untold

Horns – 2013

Pubblicato: 6 febbraio 2015 da la Canificazione in Azione, Fantasy, horror
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Horns

sono figo sono bello sono demonemodello

Corna, Usa, 123 min, regia di Alexandre Aja, soggetto di Joe Hill (figlio di Stefano Re, autore del romanzo da cui è tratto Horns).

Ig (Daniel Redcliff) si spoglia del mantello dell’invisiblità per diventare un amante disperato accusato dell’omicidio della povera amata, la rossa Merrin Williams (Juno Temple) . Ovviamente lui si dice innocente e in un momento di ira compie delle blasfemie che gli varranno un buono per la crescita di due belle corna dai magici poteri deomoniaci.

Ebbene si c’avete visto giusto, Corna è una storia d’amore, ma no, non di tradimenti e neanche una storia di vacche o caprioli. Una tragica love story iniziata benissimo, come un sogno e finita malissimo come un incubo, con delle inflitrazione horror e fantasy a reggere nel complesso tutto il baracchino. Le corna sono le stampelle che fanno camminare il povero Herry, che vuole dimostrarci di non essere più l’innocente maghetto che tutti conoscevamo interpretando lo scapestrato teppistello, che in fondo è un bravo ragazzo, pieno di buoni sentimenti e senso del sacrificio, disposto però a compiere anche nefandezze per riscattarsi e per la giustizia. Senza quel paio di accessori frontali probabilmente il film sarebbe stato grigio, insipido e banalotto e invece, grazie a quest’aggiunta soprannaturale, la storia prende una piega interessante. Ig è dotato di un potere spassoso che piega la gente con cui si rapporta a compiere e a pensare il male, volgendo spesso le situazioni all’assurdo e le scene in divertenti e inaspettate. Ovvio che presto la questione principale del film diventa questa, si guarda fondamentalmente per scoprire di cosa è capace la gente (nel film) e come si svilupperà la storia per il povero sfigato Ig.

Purtroppo alcune scene risultano comiche nel senso sbagliato, un po’ dovuto anche alla presenza del protagonista… potrebbe parlare serpentese da un momento all’altro… ma tutto sommato se la cava anche abbastanza bene. Peccato anche per il moralismo finale tipico alla ‘mmericana che fa sprofondare tutto in un baratro di buoni sentimenti e per l’insensibilità con cui è stata trattata la maledizione di Ig. Il film finisce senza spiegare come perchè e perquando sono spuntate ‘ste cornaccia.

Globalmente però il film funziona, intrattiene ed è capace anche di piccoli bei momenti, grazie anche a flashback che ricordano lo stile di Stefano Re. Vale più di quello che ci si aspetta ed è una buona alternativa per una serata spensierata.

quello m’ha dinovo fregato il parcheggio

groundhog war

Nel 1993 l’attore e regista Harold Ramis, che tutti conoscono per aver interpretato il personaggio di Egon Spengler in Ghostbusters (1984), realizzò un film molto curioso e più profondo di quanto potesse apparire ad un primo sguardo. Il titolo originale era Groundhog Day, ossia “Il giorno della marmotta”, e raccontava di come un giornalista televisivo fosse intrappolato in un circolo temporale infinito che lo condannava a ricominciare da capo sempre lo stesso giorno. Lui era l’unico ad essere consapevole della ripetizione, tutti gli altri vivevano la giornata come se fosse la prima volta. Il giorno in questione, il 2 febbraio, è detto “della marmotta” perché osservando il comportamento di una marmotta si ritiene di poter prevedere la durata dell’inverno. Sembra impossibile che lo scrittore giapponese Hiroshi Sakurazaka non avesse in mente questo film durante la stesura di “All You Need Is Kill”, un romanzo a fumetti di fantascienza da cui è stato tratto il film di cui mi appresto a parlare: Edge of Tomorrow di Doug Liman (2014).

Si tratta di un film di puro intrattenimento. Non pretende di essere niente di più che un coinvolgente film d’azione basato su una buona idea di fantasia. Non si tratta nemmeno di un film originale dal punto di vista formale. Il regista non sembra contribuire molto, è più che altro abile ad avere in testa la complessa struttura del racconto, basato dal punto di vista drammatico e umoristico sulla ripetizione di poche scene, che ad essere sinceri non sono nemmeno così poche, e curiosamente condito dall’assenza-presenza di numerosi fatti e conversazioni argutamente suggeriti dalle battute e dal montaggio. Il grande lavoro è tutto dei produttori, del montatore e degli sceneggiatori che hanno radunato i mezzi necessari, scritto una storia e messo su uno spettacolo divertente. Un film che riesce a non precipitare nella cavolata imbarazzante, non costringe a lavorare troppo di fantasia per rendere sensato ciò che avviene sullo schermo, ed è privo di personaggi puramente comici, che in questo periodo magro del cinema commerciale non è poco. Inoltre grazie alla sua idea di base riesce a rendere credibile la pericolosità in cui si muovono i protagonisti. Le possibilità di morire sul campo di battaglia sono molto alte, anche per i nostri eroi. Un’idea che si perde un po’ troppo nella fase finale.

Bisogna ammettere che l’impegno produttivo è dovuto anche alla presenza della stella del cinema Tom Cruise, ormai un po’ troppo vecchio per la parte, ma grazie al quale si è potuto rischiare di più a livello economico dato il ruolo da protagonista che ricopre nel film. La bravura di Cruise non c’entra, è una questione di mercato. La sua presenza avrebbe attirato sicuramente un pubblico più vasto e reso più facile la campagna pubblicitaria e di conseguenza reso sensato un investimento maggiore in fase di produzione. Comunque Cruise non se la cava male e questi personaggi semplici probabilmente sono quelli che gli riescono meglio, all’inizio comunque l’attore è alle prese con un tipo di carattere veramente insolito per lui: il codardo, l’imboscato, il ricattatore. E brava la nostra marmotta.

Gran parte delle trovate cinematografiche sono di indubbia derivazione del film di Ramis, anche se non bisogna sottovalutare la vaga presenza nella testa degli sceneggiatori del più recente Source Code di Duncan Jones, il regista di Moon. L’arguta profondità esistenziale del Groundhog Day è invece completamente assente, il cervello si spegne per fare spazio al divertimento. Bisogna però ammettere che il film non corre mai il rischio di essere ridondante nonostante si basi proprio sulla ripetizione, grazie anche all’essere diviso in tre fasi ben distinte, i classici tre atti di un buono scritto che tanto piacciono ai critici. Fasi ben evidenti anche nel film di Ramis e qui altrettanto efficaci.

In Edge of Tomorrow a livello di trovate ammiccanti, di costumi e di scenografia si possono sottolineare alcune rievocazioni “storiche” molto pop, che il pubblico di appassionati di cinema, fumetti, videogiochi e letteratura “pulp” apprezzerà molto. Innanzitutto un sorta di corso e ricorso dello sbarco in Normandia in stile fantascientifico, con indubbi riferimenti estetici a Salvate il soldato Ryan (per non parlare poi de Il giorno più lungo o delle prime puntate della miniserie Band of Brothers), poi la presenza sul campo (con annesso spadone manga!) di una novella Giovanna d’Arco che ha molto il carattere di Trinity, e come non sottolineare l’aspetto degli alieni che sembrano le sentinelle di Matrix e di un esercito che piacerebbe molto a James Cameron? La presenza nel cast di Bill Paxton, colui che pronunciò la famosa frase “Escono dalle fottute pareti!” in Aliens – Scontro finale, sarebbe solo un caso?

A livello di concezione è come se Hiroshi Sakurazaka, e gli sceneggiatori suoi eredi, avessero creato una storia incentrata sull’acquisizione di esperienza in un videogioco senza possibilità di salvataggio. Quei vecchi videogiochi della Nintendo o del Sega Mega Drive dove bisognava imparare a memoria ogni singolo passo, ogni singolo nemico, ogni singolo movimento per riuscire a finire il gioco e non ricominciare tutto da capo e magari riuscire a fare il temuto ultimo livello senza mai farsi colpire; quei giochi dove le nostre dita sembravano muoversi da sole sui tasti e ancora oggi, giocando nostalgicamente, compiono quei movimenti con la stessa celerità.

I difetti del film ci sono. Probabilmente in generale si possono riassumere in una eccessiva americanizzazione hollywoodiana di un’idea estetica e tematica evidentemente propria del fumetto giapponese. Il finale forse non piacerà a tutti ma tutto sommato ci sta.

Divertitevi.

Vivete. Morite. Ripetete.

Senza fine.

47 Ronin – 2013

Pubblicato: 2 febbraio 2015 da la Canificazione in Azione, Drammatico, Fantasy
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47 Ronin

2013, regia di Carl Rinsch, 118 lunghissimi minuti, soggetto di Chris Morgan e Walter Hamada anche se sembra scritto dal famosissssimo e grandissssimo sceneggiatore giapponese Kyata Min, Usa.

Dovrebbe essere basato su una storia vera giapponica, ma non confermo.

Trama: Kai (Keanu Reeves) è uno sfigatissimo orfanello fuggito da una famiglia di mezzi demoni eremiti per poi venire adottato da uno shogun circondato da samurai stronzi che lo maltratteranno fino alla fine del film.

Mi esplode il cervello solo a cercare di ricordare questa opera di demenza e stereotipi. Più ci penso e meno riesco a trovare aspetti positivi. Anche la scelta di usare il povero Keanu come protagonista (che poi risulta essere più che altro un personaggio secondario dal carisma di un foglio di carta velina) non riesce a risollevare dal polverone di banalità questo 47 Ronin, e anzi risulta una forzatura tipica all’americana di inserire a tutti i costi un personaggio principale statunitense. Un vero cazzotto in un occhio vedere tutti giappo e ‘sto stangone di origini inglesi, native hawaiiane, cinesi, irlandesi, portoghesi, olandesi, italiane e francesi col kimono che sembra sempre vestito in pigiama e che non fa che prendere botte fino alla fine del film. La trama è insulsa, la computer grafica scialba e realizzata probabilmente con mezzi risalenti al 1995,  personaggi talmente stereotipati da risultare quasi comici e per finire (spoiler) Kai non si fa neppure la ragazza di cui è innamorato e corrisposto dall’infanzia. Fenomenale la partecipazione dell’uomo tatuato, presente oltrettutto in locandina, che fa poco più di una comparsata, una parte meno lunga della sua presenza nel trailer, risultando anche lui oltremodo fuori contesto. Probabilmente hanno deciso di infalare quel tipo di cui non ricordo neanche il nome, solo per cercare di spillare altri soldi ai poveri sprovveduti che ingannati dai provini credevano fosse un film almeno decente. Ultima cosa che mi va di sottolineare è l’insostenibile semiviolenza all’americana. Una storia di azione e battaglie con samurai, armati tutti di katana e wakizashi e non si vede neanche un filo di sangue ne una spada leggermente sporca. Un paio di teste mozzate (di cui una sempre riprodotta con la sopracitata CG) non fanno che rendere sempre più l’idea di indeterminatezza e incopletezza del film.

Concludendo un opera che mostra come sprecare un budget di 170 milioni di dollari riuscendone a perdere almeno 100. Un pappocchio sconclusionato e senza senso, dimostrazione di tutto quello che odio del cinema americano contemporaneo. Evitatelo se non volete essere disonorati.

bau bau, ti lancio uno sguardo languido mentre nascondo il braccio

The Babadook – 2014

Pubblicato: 26 gennaio 2015 da la Canificazione in horror
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The Babadook (il Babadook), 2014, Australia, 93 min, regia e sceneggiatura Jennifer Kent.

Trama: Amelia (Essie Davis) vive sola con il problematico figlio seienne Samuel (Noah Wieseman) che soffre di orribili incubi e di diversi piccoli problemi relazionali. L’unico modo che ha la donna per calmare il figlio prima della nanna è leggergli delle storie, finchè un giorno non gli capita sottomano uno strano libro rosso intitolato il Babadook.
Arriva l’uomo nero: wow, che film. Il Babadook è uno degli horror migliori degli ultimi anni che entra prepotentemente a spallate nella mia personale top dei film da strizza. Le peculiarità che rendono così affascinante il titolo in questione sono varie, a partire dalla trama, ben scritta e sviluppata che spinge a riflettere anche dopo la fine del film. Di qualità le scenografie, claustrofobiche, oscure e terrificanti. Ottima la recitazione del marmocchio, giovane copia di Angus Yung, relegato finalmente al giusto ruolo dei ragazzini nei film horror: mostriciattoli inconprensibili. Essie Davis sviluppa egregiamente il suo personaggio che si perde nella spirale di stanchezza e di follia. Giusto il ritmo e fenomenale la presenza che infesta la casa dei due malcapitati. Un mostro che non si mostra (scusate il gioco di parole), ma che può colpire in ogni momento. E’ infatti la tensione, la spada di Damocle, che tiene incollati allo schermo, non sono praticamente presenti jump scares, ma il terrore si insidia piano piano colonizzando lo spettatore, fino alla concretizzazione finale di tutte le angoscie. La regista ha fatto un ottimo lavoro, regalando delle scene veramente empatiche e di impatto, riuscendo anche a rendere disturbato l’ambiente sicuro della casa, odioso il fanciullo e plausibili i momenti notturni in cui tutte le fantasie e paure si possono trasformare in realtà. A contribuire all’impatto generale fanno apparizione locandine, film e cartoon d’epoca, che amalgamo e incollano tutto in una pasta di grottesca nostalgia. Infine, ultimo merito va alle illustrazioni della favola che contribuiscono a dare l’idea del libro malefico. Unica nota che mi va di sottolineare è il finale, personalmente lo reputo alquanto insoddisfacente, avrei preferito maggiore chiarezza nel tirare i fili della storia.
Per un film poco conosciuto e dal budget sicuramente inferiore ai colossal sponsorizzati dal Baiocco esplosivo direi che si tratta di un ottimo lavoro. Probabilmente qualche americano ci farà un remake rendendolo insipido come un barattolo di ramen comprato al Lucca comics.
Concludendo, si tratta sicuramente di un film straconsigliato per gli amanti del genere e un ottima soluzione per chi soffre di stitichezza. Sconsigliato per i tachicardici.
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Regista: Keiichi Sato
Durata: 93 minuti
Musica composta da: Yoshihiro Ike
Sceneggiatura: Tomohiro Suzuki, Chihiro Suzuki

I cavalieri dello zodiaco

Trama

“Un’affascinante leggenda narra che nelle situazioni disperate sorga un’antica schiera di guerrieri.
Sono i cavalieri dello zodiaco, mitici eroi devoti ad Atena e sacri protettori della terra.”

Il Cavaliere d’oro della costellazione del Sagittario, Micene di Sagitter, precipita in fin di vita sulla terra portando con se una neonata che affida alle cure dell’esploratore Mitsumasa, giunto fino a lui alla ricerca di una misteriosa stele.
Messo al corrente da Micene dei pericoli che minacciano la vita della piccola, Mitsumasa si impegnerà a creare una squadra di valorosi guerrieri che avranno il compito di proteggere la bambina, nonché l’autentica dea Atena cacciata con l’accusa di essere un’usurpatrice. Una volta cresciuta e messa al corrente della sua vera identità, la ragazza, ora Isabel di Thule, decide di affrontare assieme ai suoi cavalieri il cammino che porta al Grande Tempio attraversando le dodici case dello zodiaco per reclamare il posto che le spetta di diritto.

Sono i Cavalieri dello zodiaco(?)

“Invincibili guerrieri
Valenti condottieri
Votati anima e corpo a Lady Isabel
Per diventare “santi”
Per esser cavalieri
Han sostenuto prove di rara crudeltà…”

come il remake che vado a recensire ad esempio.

Dopo un’incipit niente male con botte da orbi tra Micene, Gemini e Capricorn, che non ha mancato di esaltare i fan in sala, il resto del film è tutto un precipitare minuto dopo minuto verso momenti sempre più “WTF?!” del tutto gratuiti ed imbarazzanti.
La trama, anche se modificata in alcune parti essenziali,mantiene apparentemente una certa dignità e sebbene alcune sequenze come la prima apparizione dei cavalieri, siano giustificate in maniera abbastanza spicciola facendoci apprezzare non poco il self control di Lady Isabel, si può dire che nel complesso sia comunque accettabile.
Purtroppo i protagonisti hanno subito un restyle caratteriale tale che il film si sarebbe potuto intitolare “Quando le Tartarughe Ninja incontrarono Batman”, con un Pegasus montato e fastidiosamente irriverente, Sirio che si becca la parte “spiegoni”, Crystal e Andromeda che hanno la personalità di due teiere e un Phoenix in tenuta da uomo pipistrello che, guarda un po’, fa il giustiziere nella notte per i fatti suoi.
Dovendo incastrare poi buona parte della nostra infanzia in 95 minuti l’ascesa al Grande Tempio è stata barbaramente tagliuzzata e modificata sorvolando labirinto e armatura animata della casa dei Gemelli, la casa della bilancia che (ahimè) non ci mostrano nemmeno, inserendo la conversione di Virgo che riconosce in Lady Isabel la vera dea e quindi lascia passare tutta la combriccola e la tristissima fine di Fish, liquidato dal Gran Sacerdote con un gesto della mano, con buona pace dello scontro con Andromeda e privandoci quindi del duello tra i due cavalieri più ambigui della saga.
Cattiverie gratuite si rivelano ancora i personaggi di Scorpio, quì in versione donna (?!), e Cancer… un Cancer veramente irriconoscibile, una specie di Jack Sparrow strafatto di acidi, che ci delizia con un piccolo musical demenziale con tanto di faccine colorate a comporre il coro.
Che tra l’altro, come mi è stato fatto notare, è l’unico cavaliere d’oro che viene pestato come se non ci fosse un domani e qui invece Sirio se la sbriga in un paio di mosse contro un Deathmask in mutande decisamente inerme.
Ora… sono passati tanti anni ma io Cancer me lo ricordavo diverso.

C

Soffrite con lo staff zootropitico –> https://www.youtube.com/watch?v=3-kVyoDrPiA

Il finale

SPOILER! Più o meno… che se avete visto l’anime ci rimanete male
lo stesso.

Il gran sacerdote è in realtà… Gemini!Il mostrone di Cadillac&Dinosaur
E ok, ora arriva la parte epica, lo scontro tra le due personalità di Ge… ah no?
No, qui comincia Final Fantasy.
Infatti Gemini, che di personalità ne ha una sola e pure cattiva, si trasforma, non sappiamo bene perché, in un mostro gigantesco che somiglia terribilmente alla forma finale dello scienziato di Cadillac & Dinosauri.
Ovviamente Pegasus lo sconfigge, Isabel è salva, reclama il suo ruolo di dea e i cavalieri diventano… stelle?!
Insomma spariscono alla fine della storia. Saranno morti stremati dalla fatica di aver saltato la metà delle case ed essersi risparmiati quindi buona parte dei combattimenti?
Non ci è dato saperlo.
Speriamo non tornino per un sequel.

 

“Saran scontri sovraumani
duelli decisivi
che decideranno chi l’armatura indosserà…”Go go power ranger

Le armature in versione .2 dei nostri eroi lasciano veramente a desiderare, ridisegnate da un poco ispirato Masami Kurumada, in stile Power Ranger con tanto di orologino personalizzato e dove di originale c’è rimasto solo il colore (per la gioia di Andromeda).
Interessante è invece la modalità di trasformazione che ci risparmia i cassoni in metallo decisamente poco user-friendly, contenuti in pratiche medagliette che richiamano l’armatura all’occorrenza.
Inoltre un po’ di rispetto per l’autore lo si riacquista con la comparsa dei cavalieri d’oro, con una menzione speciale per l’armatura di Gemini, bicolore oro e argento nonché unico riferimento rimasto alla dualità della personalità del Cavaliere.

In definitiva un film deludente, che sembra essere rivolto ad un pubblico di giovanissimi tanto è stato edulcorato: il sangue, che nella serie scorreva a fiumi, qui è completamente assente, i colpi arrivano a segno in un’esplosione di luci che fanno svenire l’avversario apparentemente illeso.
I combattimenti, che sono l’unico punto a favore di questo film e vanno a colmare la sola pecca della serie animata, ovvero la staticità dei personaggi, non riescono comunque a rendere gradevole questo remake soldi-facili/acchiappa-fan che, in ogni caso, non ha registrato un gran successo al botteghino.